ARCHITETTURA BIOECOLOGICA

L’Architettura Bioecologica (Baubiologie) è nata in Germania verso la fine degli anni ’60 per merito di ricercatori e professionisti come R. Endrös, K.E. Lotz, A, Schneider, H. König, E. Hartmann e molti altri ancora sulla spinta di un’idea di fondo che era quella di un abitare sano basato su concetti volti ad assicurare all’involucro abitativo una qualità sempre migliore e soddisfacente per l’essere umano.

Il primo aspetto di fondamentale importanza della biologia dell’abitare venne riconosciuto nelle qualità pertinenti al luogo di edificazione.

Scrive Lotz nel suo libro La Casa Ecologica: “Quando vogliamo costruire una casa, il primo passo da compiere è farci un’idea del campo di radiazione naturale in cui saremo immersi perennemente, giacché questo, a sua volta, è in stretta relazione con il terreno scelto per l’edificazione e quindi con la casa ivi costruita”. E di questo argomento i riferimenti sono nelle pagine relative all’Analisi Energetica del Territorio.

Di pari importanza è di che materiali è costruita l’abitazione, quali tecniche costruttive sono utilizzate, che tipo di impianti vengono utilizzati, qual è l’impatto finale che essa ha sull’ambiente, sull’ecosistema in generale.

Per loro quindi i due aspetti rivestivano la stessa rilevanza nei confronti dell’individuo mentre a partire da una decina d’anni a questa parte, le associazioni di architettura bioecologica italiane hanno chiaramente cambiato direzione virando decisamente verso il solo aspetto relativo ai materiali, impianti e risparmio energetico dimenticando la grande importanza che riveste il sito in relazione a chi lo vive.

L’essere umano trascorre buona parte del suo tempo in luoghi chiusi (ufficio, scuola, casa, ecc.), sovente poco o affatto coscienti di come anche questi ambienti, al pari di quanto si verifica all’esterno, siano tutt’altro che al sicuro dell’eventuale azione di fonti inquinanti o di disturbo e di come la loro costruzione, gestione e demolizione, intervenga fortemente sull’ambiente.

Una visione globale del problema ci porta a dire che la casa, e così qualsivoglia edificio, interagisce a tutti gli effetti con l’ambiente e con la salute degli occupanti e, indirettamente, con quella di molte altre persone legate al processo edilizio.

Da un punto di vista prettamente costruttivo la casa insiste su una porzione di terreno, rientra e colloquia con l’ambiente circostante attraverso i materiali, i colori, le forme; riceve dall’esterno acqua, corrente elettrica, combustibile per l’espletamento di una serie di funzioni, né più né meno al pari di altre macchine ed organismi con i quali conviviamo quotidianamente.

I materiali impiegati (leganti, isolanti, mattoni, legnami, impianti, vernici, ecc.) investono l’ambiente, durante il loro intero ciclo di produzione, secondo modalità diverse: a partire dall’approvvigionamento delle materie prime (cave, foreste, miniere, pozzi di petrolio, ecc.) alla fase dei trasporti, alla lavorazione nelle industrie preposte alla trasformazione, con tutte le problematiche connesse all’inquinamento dell’aria, delle acque, del suolo, sino alla produzione di rifiuti.

Anche le fasi di costruzione effettiva, di gestione, utilizzazione, manutenzione, ristrutturazione ed eventuale demolizione con il tempo torneranno ad interessare in modo più o meno significativo l’ambiente.

Di fronte alle emergenze ambientali che tutti conosciamo da molti anni, si è dunque iniziato a parlare di casa “ecologica” ovvero di edificio concepito e realizzato con il fine di ridurre al massimo l’impatto ambientale anche indirettamente attraverso le diverse forme di risparmio energetico: riduzione dei consumi d’acqua, recupero delle acque di scarico, impiego di sistemi di riscaldamento a bassa temperatura scorrevole, studio dell’involucro dell’edificio, sfruttamento delle energie alternative pulite per la produzione di calore ed energia elettrica, impiego di lampade a basso consumo.

Quanto detto non è però esauriente se non si considera lo stretto legame che intercorre tra la produzione dei vari materiali edilizi e la salute delle persone coinvolte nel processo produttivo (pensiamo all’amianto), tra il luogo in cui è posto l’edificio e le eventuali fonti di disturbo od inquinamento esterne (elettrodotti, cabine di trasformazione, gas radon, inquinamento acustico, chimico, geopatie, ecc.) e, ancora, tra l’eventuale pericolosità dei componenti presenti nei materiali da costruzione (tossicità, emissione di radiazioni, presenza di particelle pericolose, ecc.) e la salute di coloro che fruiscono degli edifici a livello sia residenziale che lavorativo.

Le patologie conseguenti all’esposizione a questi agenti sono alla base dell’attenzione verso la componente “biologica” ovvero l’insieme dei fattori da considerare al fine di valutare il livello di biocompatibilità esistente tra il processo produttivo-costruttivo e il benessere psico-fisico degli addetti alla produzione, degli installatori e degli utenti finali (tabella 1).

L’”architettura bioecologica”, muove dunque verso il processo edilizio secondo i termini di globalità sopra descritti; l’”igiene e medicina ambientale”, a sua volta, la supporta onde fornirle i dati necessari a definire il livello di biocompatibilità di un dato sito o edificio attraverso specifiche indagini, preliminari o di verifica del progetto, sia esso di ambientazione, ristrutturazione o nuova costruzione.

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